La Chiesa irlandese e gli istituti per ragazze madri, una storia vera

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bimbi irlandesi

Ha fatto notizia il ritrovamento in Irlanda di una fossa comune contenente le ossa di centinaia di bambini, nella terra di un istituto religioso dove, dal 1925 al 1961, venivano ospitate le ragazze madri ed i loro figli.

Era l’Irlanda del cattolicesimo integralista e, come emerge dal racconto di una di queste ragazze madri Philomena Lee, il trattamento a loro riservato era punitivo, trattate come schiave e sfruttate nel lavoro redditizio della lavanderia, con la scusa del peccato da espiare; i loro bambini venivano venduti dopo i tre anni di età, quando già si era instaurato un legame affettivo tra madre e figlio, rendendo lacerante ancora di più il dolore della separazione; quando non era possibile trovare un acquirente, vivevano in condizioni di deprivazione ed indigenza, molti morivano.

I bambini più fortunati venivano adottati senza troppe formalità e la Chiesa aveva carta bianca nella gestione. Le suore ricevevano un pagamento dai genitori adottivi, soprattutto americani, e l’unico controllo che facevano sull’idoneità delle case nelle quali i minori venivano accolti, era nella presenza di una raccomandazione ecclesiastica, insomma dell’Arcivescovo e del prete della parrocchia di residenza dei genitori adottivi stessi.

Si calcola che agli inizi della seconda metà del Novecento, più di quattromila bambini erano ospitati negli alloggi della Chiesa irlandese; le loro madri, dopo il parto, rimanevano a lavorare nelle lavanderie, nei campi, nelle cucine e la Chiesa ne tratteneva i ricavi, per di più lo stato pagava alla Chiesa un compenso a settimana sia per la madre che per il figlio. Un bel business ottenuto con la complicità del governo irlandese, quasi totalmente succube, a quei tempi, delle decisioni ecclesiastiche.

 

Philomena film

La sofferenza degli orfani che hanno visto strappate le loro radici è ben raccontata nel romanzo-storia vera Philomena di Martin Sixsmith. A differenza del film, centrato sulla ricerca di Philomena del figlio perduto, il romanzo è invece principalmente il racconto del travaglio interiore, delle inquietudini, delle pene di Antony, diventato Mike, orfano adottato da una famiglia americana.

I problemi psicologici propri di un bambino che ha vissuto con la madre fino ai tre anni per poi esserne separato, quel bambino che si sente rifiutato, non meritevole dell’amore della madre, sono comuni a tutti gli orfani che hanno vissuto quell’esperienza, segnati nella loro vita da adulti. Mike si era chiuso nel suo mondo interno, incapace di stabilire relazioni durature e di essere amato, viveva con la paura per il rifiuto e nell’impulso a provocare il rifiuto che sente come inevitabile, tra istinti autodistruttivi e amore per gli eccessi.

Il romanzo mette ben in evidenza i danni procurati a tanti bambini da una gestione disumana, bigotta ed affarista, com’è stata quella delle case per orfani gestite dalla Chiesa nell’Irlanda degli anni Cinquanta-Sessanta e che ha segnato la vita di tanti bambini e delle loro madri.

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La storia di Antony Lee e di Philomena è davvero toccante ed il romanzo mette ben in luce le sofferenze delle giovani ragazze, costrette dalle suore a dare via i loro bambini e a firmare impegni terribili a non cercare mai di contattare i loro bambini né a cercare di scoprire cosa ne era stato di loro; mette ben in luce l’insensibilità, fino alla cattiveria, della Chiesa irlandese e di molte delle suore che gestivano l’istituto, così spudorate da aver persino falsificato alcune delle firme e che si erano prese mucchi di soldi dagli americani che compravano i bambini da loro.

Consiglio vivamente la lettura del romanzo – storia vera di Martin Sixsmith, una storia che riesce a cogliere la profondità dell’animo umano, tra comprensione, compassione e amore.

Cinzia Malaguti

 

 

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